21-21 marzo, due date dedicate alla ricostruzione dal valore unico di una storia custodita nella memoria collettiva
Nel 2026 si celebra il settantesimo anniversario dell’incidente sul lavoro più drammatico in Europa dal dopoguerra ad oggi.
Era l’8 agosto 1956 nella miniera di carbone di Bois du Cazier, a Marcinelle, nel Belgio meridionale, 262 minatori morirono a causa di un incendio e dei fumi tossici propagatisi a oltre 970 metri di profondità.
Tra le vittime, 136 erano lavoratori italiani immigrati in Belgio grazie a un accordo tra il governo italiano e quello belga, volto a fornire manodopera al Belgio in cambio di carbone inviato in Italia.
Lo spettacolo è il frutto di un accurato studio da parte dell’autore-interprete ARIELE VINCENTI dei fatti avvenuti e del contesto sociale dell’epoca, attraverso fonti scritte, filmiche e orali.

L’autore-attore Ariele Vincenti
Nel dopoguerra si è verificata la terza grande ondata migratoria di nostri connazionali in cerca di fortuna all’estero, coinvolgendo migliaia di persone che erano obbligati a lasciare le loro case stretti dalla morsa della povertà.
Nello spettacolo Vincenti ripercorre minuziosamente la cronologia temporale di 4 minatori. Dalla partenza dai propri paesi d’origine, alla morte nella miniera di Marcinelle.
Quando i minatori partivano, le piccole stazioni dei loro paesi si riempivano di mamme, fidanzate, amici e parenti che li salutavano. C’era chi era felice per loro, come amici o conoscenti e c’era chi invece si disperava, come le mamme e le fidanzate.
Con le valigie di cartone i minatori viaggiarono in treno fino a Marcinelle. Gli erano state assicurate 28 ore di viaggio. In realtà furono 5 giorni in condizioni disumane a livello logistico e sanitario.
Il primo impatto con Marcinelle non fu dei più positivi. Gli alloggi che gli erano stati promessi, caldi e confortevoli erano al contrario scomodi e freddi. Le loro stanze si trovavano all’interno di ex campi di concentramento che i Tedeschi usavano durante la Seconda guerra mondiale.
Disumane le loro condizioni di lavoro: turni lunghi e faticosi, i pagamenti a cottimo; più carbone recuperavano, più la paga si alzava. I pasti erano scarsi. Se qualcuno chiedeva spiegazione di quelle condizioni ad un superiore, veniva aspramente criticato e minacciato.
Nella miniera, il loro lavoro a mille metri di profondità era estenuante: per ore stavano sdraiati in piccole gallerie chiamate mine alte mezzo metro. Scavavano con uno scalpello percosso da un martello di ferro o con il Motor Pique, un piccolo martello pneumatico dell’epoca in dotazione ai minatori.
La mancanza d’aria. La polvere. Il rumore assordante, i carrelli carichi di carbone, i nitriti dei cavalli, gli ascensori e altri suoni sono la musica di accompagnamento per le azioni sceniche.
Si racconta anche come passavano il tempo libero. Un giorno andarono a Liegi per seguire l’arrivo vincente di Coppi e scoprirono che nei bar era vietato l’ingresso agli italiani. Da una partita a scopa alle telefonate a casa fino al momento della tragedia: tutti i minatori smettono di parlare. Rimane in sottofondo “la musica della miniera”, così la chiamavano!
Sul palco con Ariele Vincenti ci sono Francesco Cassibba, Stefano Di Lauro, Aleksandros Memetaj e Sarah Nicolucci.
Lo spettacolo approda il 21 marzo per due date al Teatro Domma di Roma – Acilia (Via di Macchia Saponara 106 – cell. 3286077138) dopo essere stato in scena a febbraio al Teatro Comunale di Santa Fiora oltre che al Teatro Francigena di Capranica, e a marzo allo Spazio Diamante di Roma. Il 29 marzo sarà la volta del Teatro Comunale di Pineto, che vuole ricordare il tragico disastro minerario, un dolore che ha segnato profondamente anche l’Abruzzo.

